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Rifugio 87: sotto la scuola, un mondo pronto a resistere

Due metri sotto il cortile della scuola Leopardi, un rifugio antiaereo racconta com’era la vita quotidiana durante i raid: cucine, riserve d’acqua, aule improvvisate e la storia del bambino che diventò Ermanno Olmi

C’è un posto a Milano dove la Storia non si legge solo sui libri: si cammina.
Due metri sotto il cortile di una scuola elementare della Bovisa, tra mattoni, scritte ben conservate e banchi d’epoca, c’è il rifugio 87 antiaereo  che per anni ha tenuto in vita un intero quartiere mentre le bombe cadevano sopra,

Benvenuti nel Rifugio antiaereo n. 87, in viale Luigi Bodio 22, nei sotterranei della scuola primaria Giacomo Leopardi (un tempo intitolata a Rosa Maltoni Mussolini, madre di Mussolini e maestra della scuola).

Un rifugio pensato per “non sapere quanto sarebbe durato”

Spesso si racconta del Rifugio 87 come di un semplice ricovero: si sentiva la sirena, si scendeva, si aspettava la fine dell’allarme.
La realtà, però, era più complessa — e più impressionante.

Secondo quanto emerge dai documenti della scuola e dalle testimonianze raccolte in visita, il rifugio era organizzato per resistere a lungo, perché nessuno sapeva quanto tempo sarebbe stato necessario rimanere sottoterra durante i bombardamenti.[

Non si trattava solo di “mettersi al sicuro”.
Si trattava di vivere lì sotto, per ore, a volte probabilmente per buona parte della notte, mantenendo un minimo di normalità.

Due zone, due vite: civili e bambini

Il rifugio era diviso in aree funzionali ben distinte, quasi come un piccolo villaggio sotterraneo ed è tra i più grandi che ci sono a Milano.

Zona civili
Una parte del rifugio era dedicata alla popolazione del quartiere. Spesso l’allarme suonava in ritardo, quando le prime esplosioni erano già vicine. Per guadagnare secondi preziosi, molte famiglie del quartiere dormivano già vestite, pronte a scattare al primo segnale: bastava afferrare i bambini in braccio, una coperta, due cose essenziali e correre verso il rifugio.

C’era però chi non riusciva a muoversi in fretta: anziani, malati, persone con difficoltà a camminare. Molti di loro sfidavano la sorte, restando in casa e sperando che le bombe non colpissero proprio quella notte, piuttosto che affrontare le scale buie e la corsa nel buio.

Una volta sottoterra, nella zona dedicata ai civili, la vita si organizzava alla giornata: si stava vicini, si cercava di non fare rumore, si aspettava il “cessato allarme” senza sapere quanto tempo sarebbe passato. La piccola cucina e la vasca per la riserva d’acqua servivano proprio a questo: permettere di resistere a lungo, senza sapere quando si sarebbe potuto tornare di sopra.

Qui trovavano posto anche spazi di sosta e corridoi segnati da frecce e scritte ancora oggi leggibili: “VIETATO FUMARE”, “GABINETTI”, “ACQUA POTABILE”.

Zona bambini e scuola
Un’altra area era riservata agli alunni della scuola e al personale.
Qui la guerra cercava di non entrare, almeno nelle abitudini:

  • c’erano aule dove si continuava a fare lezione mentre fuori cadevano le bombe
  • gli insegnanti tenevano le classi per tranquillizzare i bambini e mantenere un senso di normalità
  • era presente una grande cucina dedicata, pensata per cucinare cibo per i bambini durante le permanenze prolungate.

Immagina la scena: sopra, il rombo degli aerei e le esplosioni; sotto, voci di bambini che recitano la tabellina, il rumore di pentole, il profumo di minestra in un sotterraneo di mattoni.

Numeri e dettagli che fanno impressione

Il Rifugio 87 non era un locale qualsiasi:

  • circa 220 m² di superficie
  • 10 stanze/celle
  • due metri di profondità sotto il cortile
  • capienza per 450 civili, più tutti gli alunni e il personale: fino a 1500 persone in tutto
  • due bagni “alla turca”, una rarità per i rifugi dell’epoca
  •  niente riscaldamento
  • volte in mattoni, travi di legno, corridoi segnati da istruzioni di emergenza

Tra le persone che si rifugiavano qui c’era anche un bambino che sarebbe diventato uno dei più grandi registi italiani: Ermanno Olmi, autore de L’albero degli zoccoli.
Il suo racconto “Il ragazzo della Bovisa” ha contribuito in modo decisivo alla riscoperta e al recupero del rifugio

Un museo che non ha dovuto ricostruire quasi nulla

Oggi il Rifugio 87 è un “museo di sé stesso”.
Le scritte originali sono ancora lì, i rubinetti, i servizi igienici, alcuni banchi e arredi d’epoca.
La storia è rimasta praticamente intatta, sotto i piedi di generazioni di bambini che per decenni hanno giocato nel cortile senza sapere cosa ci fosse sotto.

La riapertura come spazio didattico e museale è avvenuta nel 2011, grazie alla preside Laura Barbirato, che dopo aver letto il libro di Olmi è scesa nei sotterranei, ha trovato il rifugio pieno di rifiuti e ha deciso di recuperarlo.
Dal 2017 in poi il “bunker 87” ha cominciato a far parlare di sé su giornali e con visite guidate.

È uno dei rifugi antiaerei meglio conservati della città e l’unico parzialmente riallestito con un percorso di visita.

Se ami la Milano nascosta, i luoghi insoliti e la storia di Milano durante i bombardamenti, questo è uno di quei posti che ti cambia lo sguardo sulla città: non è solo un bunker, è la prova concreta di come un intero quartiere abbia imparato a vivere — e a resistere — sotto terra.

 

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