Colonna Infame lapide al castello sforzesco di Milano

La colonna Infame e la storia di Gian Giacomo Mora

in memoria di un innocente

Colonna Infame a Milano, una storia terribile! Ne avete mai sentito parlare?

La storia:

tutto comincia la mattina del 21 giugno 1630 quando, nella contrada della Vetra, due donne, vedono un uomo con un mantello nero camminare strofinando la mano destra contro il muro delle case.
Le due donne sono convinte di vederlo spargere una sostanza gialla e fanno scattare subito l’allarme.

In questo periodo a Milano c’è la peste ed è diffusa la voce che a trasmetterla fossero fantomatici “untori”. Costoro spinti da potenze straniere intenzionate a mettere in ginocchio il Ducato Milanese spalmavano muri e porte di una sostanza oleosa che trasmetteva il contagio.⁣

L’isteria arrivò al punto che chiunque si appoggiasse ad un muro poteva essere scambiato per un “untore” e finire malmenato o ucciso.⁣

Fatta questa precisazione, riprendiamo la storia

Il muro toccato dall’uomo con il mantello nero viene prima bruciato e poi ricoperto di calce. Il capitano di giustizia arriva sul luogo del misfatto e, nonostante la calce e le bruciature, non ha dubbi: si tratta dell’inconfondibile segno di un untore!

In breve tempo il colpevole ha un nome: il commissario della sanità Guglielmo Piazza, che viene immediatamente arrestato per essere interrogato.

Piazza si dichiara innocente all’inizio ma ritratta tutto dopo essere stato sottoposto alla tortura della corda, che consisteva nell’appendere la persona con le mani legate dietro la schiena per poi lasciarla cadere di colpo.

Nella sua ritrattazione si inventa anche un complice tale Gian Giacomo Mora, ovvero il suo barbiere.
Anche Mora viene tratto in arresto.

Ad aggravare la situazione di Mora furono  creme e unguenti tipici di ogni barbiere (che all’epoca fungevano anche da medicinali), trovati nella sua bottega, in Corso di Porta Ticinese,  e scambiati per la mortale sostanza pestifera.⁣

Anche lui è sottoposto per ore a tortura: a lui tocca la legatura della canapa ovvero gli viene avvolta una mano nella canapa che poi venne fatta girare più volte fino a provocargli la slogatura del polso, in primis, poi del gomito ed infine della spalla. Ovviamente anche lui confessa pur essendo innocente, sperando di avere così salva la vita ed invece firma così la sua condanna a morte.

Piazza per essere più sicuri viene sottoposto ad altre torture che lo porteranno a fare un nuovo nome di complice: don Giovanni Gaetano Padilla, un nobile spagnolo. Scagionato subito però in virtù del suo rango.

Il 27 luglio viene emessa la sentenza di morte per Piazza e Mora, caricati su un carro e portati verso il loro destino.
Vengono fatti passare davanti al luogo dove le due donne sostengono di avere visto Piazza fare l’untore. Poi vengono portati davanti alla bottega del Barbiere Mora (oggi si trova tra Via Mora e corso di Porta Ticinese), dove ad entrambi viene tagliata una mano e spezzate diverse ossa.

In ultimo furono portati in Piazza Vetra, legati alla ruota e bastonati fini a rompere diverse ossa . Rimasero quindi in vista dei passanti per 6 ore, quale monito per tutti gli “untori” e, infine furono arsi vivie le loro ceneri, ritenute indegne di sepoltura, furono gettate nel fiume Vetra che scorreva li accanto.

Le autorità non ancora soddisfatte demolirono la casa-bottega del Mora e fu eratta una colonna in granito, detta Infame, che riportava nei dettagli i fatti e che doveva servire per monito a  chiunque volesse rendersi responsabile di un reato tanto grave come quello compiuto dai due uomini.


Nel 1778  fu dato ordine di rimuovere e disturre la colonna e lapide, ma quest’ ultima,  con la storia dei due uomini, fu trasferita ai Musei del Castello Sforzesco dove la potete vedere ancora oggi.

Grazie ad Alessandro Manzoni, a metà dell’Ottocento, fu resa giustizzia ai due malcapitati.
Manzoni rese nota la vicenda di questi due umoni nel libro Storia della colonna infame, che resta testimonianza di una grande infamia: non quella dei poveri Piazza e Mora, ma dei giudici che abusarono del loro potere per trovare un capro espiatorio che metesse a tacere le preoccupazioni della popolazione.


Nel 1868 a Mora fu dedicata la via in cui si trovava la sua bottega all’angolo di Corso di Porta Ticinese, e il palazzo che oggi sorge in quel luogo conserva sotto un portico angolare una scultura opera di Ruggero Menegon collocata in quel luogo nel 2005.⁣

L’opera rappresenta con un gioco di vuoti e pieni lo spazio che occupava un tempo la colonna.⁣La targa posta di fronte cita un brano del Manzoni e recita così:” qui sorgeva un tempo la casa di Gian Giacomo Mora ingiustamente torturato e condannato a morte come untore durante la pestilenza del 1630. E’ un sollievo pensare che non seppero quello che facevano, fu per non volero sapere, fu per quell’ignoranza che l’uomo assume e perde a suo piacere, e non è una scusa ma una colpa”.

targa Alessando Manzoni per Gian Giacomo Mora